Escalation Usa contro la Cina

Manlio Dinucci

«La rivoluzione scientifica che ha portato alla scissione dell’atomo richiede anche una rivoluzione morale»: con questa storica frase (coniata dagli speech-writer presidenziali) è culminata la visita di Obama in Asia, dove da Hiroshima ha proclamato la volontà di «tracciare una via che conduca alla distruzione degli arsenali nucleari».

Lo sconfessa la Federazione degli scienziati americani, dimostrando che l’amministrazione Obama ha ridotto meno delle precedenti il numero di testate nucleari. Gli Usa hanno oggi 4500 testate strategiche, di cui 1750 pronte al lancio, più 180 «tattiche» pronte al lancio in Europa, più 2500 ritirate ma non smantellate. Comprese quelle francesi e britanniche, la Nato dispone di 5015 testate nucleari, di cui 2330 pronte al lancio. Più della Russia (4490, di cui 1790 pronte al lancio) e della Cina (300, nessuna pronta al lancio).

L’amministrazione Obama – documenta il New York Times (21 settembre 2014) – ha varato un piano da 1000 miliardi di dollari che prevede la costruzione di altri 400 missili balistici intercontinentali, 12 sottomarini e 100 bombardieri strategici da attacco nucleare. Per la «modernizzazione» delle testate nucleari, comprese quelle schierate in Italia, è in fase di espansione negli Usa un complesso nazionale composto da otto maggiori impianti e laboratori con oltre 40mila addetti.

Rilanciata la corsa agli armamenti nucleari, Obama ha proclamato a Hiroshima la volontà di eliminare non solo le armi nucleari, ma la guerra stessa: ricordando che «la gente comune non vuole più guerre», ha sottolineato che «dobbiamo cambiare la nostra stessa mentalità sulla guerra, per prevenire i conflitti con la diplomazia». In quello stesso momento, a Washington, il Pentagono accusava la Cina di schierare sistemi di difesa nel Mar Cinese Meridionale per «controllare questo mare e limitare la nostra capacità di muoverci nella regione Asia/Pacifico».

Regione nella quale gli Usa stanno accrescendo la loro presenza militare, in base a un piano che prevede di schierare, a ridosso di Cina e Russia, anche navi e basi Aegis analoghe a quelle schierate in Europa, dotate di sistemi di lancio adatti sia a missili intercettori che a missili da attacco nucleare.

Mentre unità lanciamissili Usa incrociano nel Mar Cinese Meridionale, la U.S. Navy prepara nel Pacifico la Rimpac 2016, la più grande esercitazione navale del mondo. Le Filippine hanno già messo a disposizione degli Usa 5 basi militari e l’Australia, dove già sono dislocati i marines, si prepara ad ospitare bombardieri strategici Usa da attacco nucleare.

Sulla posizione di Washington l’intero G7 (Usa, Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna e Italia) che, riunito in Giappone, ha richiesto «libertà di navigazione e sorvolo» del Mar Cinese Meridionale e Orientale, confermando allo stesso tempo le sanzioni alla Russia per l’«aggressione» all’Ucraina (mentre la Ue conferma quelle alla Siria).

La strategia Usa/Nato in Europa contro la Russia si salda a quella attuata dagli Usa contro la Cina e la Russia nella regione Asia/Pacifico, in alleanza col Giappone che sta assumendo un crescente ruolo militare.

Nello stesso quadro strategico si inserisce la visita di Obama in Vietnam, a cui gli Usa tolgono l’embargo per fornirgli armi in funzione anti-cinese. Più i Peace Corps (di cui è nota la Cia connection), che andranno in Vietnam a insegnare inglese (anzi americano), e l’Università Fulbright che aprirà una sede a Città Ho Chi Minh per fornire ai giovani vietnamiti una «istruzione di classe mondiale». Gli Usa, sconfitti dall’eroica resistenza vietnamita, ritornano con altre armi.

Fonte Il manifesto, 31 maggio 2016

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Quel patto scellerato tra Usa e Arabia Saudita: l’inchiesta di Blomberg sulle cause che hanno portato alla situazione attuale

Blomberg ha pubblicato l’inchiesta “How a legendary bond trader from Salomon Brothers brokered a do-or-die deal that reshaped U.S.-Saudi relations for generations” che rivela dettagli dell’accordo segreto firmato tra Usa ed Arabia Saudita nel luglio 1974. Secondo Blomberg i sauditi avrebbero acquistato titoli del debito statunitense per 117 miliardi di dollari, mente Washington si impegnò a fornire alla monarchia assoluta wahabita appoggio militare e logistico e a comprare il petrolio di Riyadh.
Nel 1974 si era in piena crisi del petrolio a causa di un embargo dei Paesi arabi dell’Opec contro l’aiuto militare che gli Usa avevano fornito a Israele durante la guerra dello Yom Kipur, che fece quadruplicare il prezzo del petrolio e schizzare l’inflazione alle stelle, mentre le borse crollavano e l’economia Usa ed europea andava a picco.
Secondo Bloomberg, l’obiettivo del viaggio in Arabia Saudita effettuato nel luglio del 1974 dall’allora segretario del tesoro Usa William Simon e dal suo vice Gerry Parsky, era quello di «Neutralizzare il greggio come arma economica e trovare la maniera di convincere il regno ostile a finanziare il deficit Usa con la sua ricchezza in petrodollari di recente scoperta».
E’ su questo patto scellerato, che ha portato alla situazione attuale in Medio Oriente e all’impunità politica assoluta del regime teocratico e dittatoriale saudita, che il presidente Usa Richard Nixon e il re saudita Faisal bin Abdulaziz Al Saud imposero una segretezza che è durata fino ad oggi è che è stata rispettata da tutti i presidenti statunitensi – democratici e repubblicani – che si sono succeduti.
10 mesi dopo l’inizio della guerra dello Yom Kipur, iniziata dopo l’attacco ad Israele di una coalizione araba guidata dall’Egitto e dalla Siria “socialisti” e invisi ai sauditi, tutto il mondo arabo vedeva negli Usa il suo principale nemico perché gli americani avevano fornito l’appoggio militare e politico che aveva permesso a Israele di sconfiggere gli arabi. Secondo fonti diplomatiche di allora, la maggiore preoccupazione di Re Faisal era che i soldi del petrolio finissero «direttamente o indirettamente» nelle mani dei nemici giurati degli arabi sotto forma di assistenza militare statunitense. Poi le cose sono cambiate ed ora Egitto e Arabia Saudita – palesemente e sotterraneamente – sono i maggiori alleati di Israele nel mondo arabo.
La firma dell’accordo Usa-Arabia saudita avvenne solo dopo che gli statunitensi assicurarono che sugli acquisti del debito statunitense fosse mantenuto uno stretto segreto.
Blomberg cita una fonte anonima del Tesoro Usa secondo la quale il volume degli investimenti sauditi nel debito statunitense sarebbe circa due volte quello che dicono le statistiche ufficiali, per fare in modo che la cifra attuale rappresenti solo il 20% dei 587 milioni di dollari di riserve in valuta estera, ben al di sotto dei due terzi che le banche centrali di solito detengono in dollari. Secondo diversi analisti, l’Arabia Saudita nasconderebbe la quantità reale dei bond statunitensi con operazioni effettuate attraverso centri finanziari offshore.
Bloomberg denuncia: «Mentre il crollo del petrolio ha fatto aumentare la preoccupazione che l’Arabia Saudita voglia liquidare i suoi buoni del Tesoro per fare cassa, sorge un grosso problema: lo spettro che il Regno utilizzi la sua comoda posizione nel mercato del debito più importante del mondo come arma politica, proprio come fece col petrolio nel decennio degli anni ‘70». Una preoccupazione che ha basi reali, visto che ad aprile l’Arabia Saudita ha avvertito che inizierà a vendere fino a 750 milioni di buoni del tesoro ed altri asset statunitensi se il Congresso Usa approverà una legge che permetterebbe di considerare Riyadh responsabile davanti alla giustizia degli attacchi terroristici alle torri gemelle di New York dell’11 settembre 2001. Un progetto di legge che è già stato approvato dal Senato Usa il 17 maggio e che attualmente è all’esame della Camera, spinto dai Repubblicani, cioè lo stesso Partito di Nixon che firmò l’accordo segreto che garantiva praticamente l’impunità politica alla monarchia assoluta saudita.
E’ vero che i tempi cambiano, ma l’inchiesta di Blomberg ci ricorda che qualcuno ha precise e storiche responsabilità se quelli di oggi non sono bei tempi.

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NELLE SPIRE DELL’ANACONDA

di Manlio Dinucci

Inizia oggi, 7 giugno, in Polonia la Anakonda 16, «la più grande esercitazione alleata di quest’anno»: vi partecipano oltre 25 mila uomini di 19 paesi Nato (Usa, Germania, Gran Bretagna, Turchia e altri) e di 6 partner: Georgia, Ucraina e Kosovo (riconosciuto come stato), di fatto già nella Nato sotto comando Usa; Macedonia, che non è ancora nella Nato solo per l’opposizione della Grecia sulla questione del nome (lo stesso di una sua provincia, che la Macedonia potrebbe rivendicare); Svezia e Finlandia, che si stanno avvicinando sempre più alla Nato (hanno partecipato in maggio alla riunione dei ministri degli esteri dell’Alleanza).
Formalmente l’esercitazione è a guida polacca (da qui la «k» nel nome), per soddisfare l’orgoglio nazionale di Varsavia. In realtà è al comando dello U.S. Army Europe che, con un’«area di responsabilità» comprendente 51 paesi (compresa l’intera Russia), ha la missione ufficiale di «promuovere gli interessi strategici americani in Europa ed Eurasia». Ogni anno effettua oltre 1000 operazioni militari in oltre 40 paesi dell’area. Lo U.S. Army Europe partecipa all’esercitazione con 18 sue unità, tra cui la 173a Brigata aerotrasportata di Vicenza.
L’Anakonda 16, che si svolge fino al 17 giugno, è chiaramente diretta contro la Russia. Essa prevede «missioni di assalto di forze multinazionali aerotrasportate» e altre anche nell’area baltica a ridosso del territorio russo.
Alla vigilia dell’Anakonda 16, Varsavia ha annunciato che nel 2017 espanderà le forze armate polacche da 100 a 150 mila uomini, costituendo una forza paramilitare di 35 mila uomini denominata «forza di difesa territoriale». Distribuita in tutte le province a cominciare da quelle orientali, essa avrà il compito di «impedire alla Russia di impadronirsi del territorio polacco, come ha fatto in Ucraina».
I membri della nuova forza, che riceveranno un salario mensile, saranno addestrati, a cominciare da settembre, da istruttori Usa e Nato sul modello adottato in Ucraina, dove essi addestrano la Guardia nazionale comprendente i battaglioni neonazisti. L’associazione paramilitare polacca Strzelec, che con oltre 10 mila uomini costituirà il nerbo della nuova forza, ha già iniziato l’addestramento partecipando all’Anakonda 16.
La costituzione della forza paramilitare, che sul piano interno fornisce al presidente Andrzej Duda un nuovo strumento per reprimere l’opposizione, rientra nel potenziamento militare della Polonia, con un costo previsto di 34 miliardi di dollari entro il 2022, incoraggiato da Usa e Nato in funzione anti-russa.
Sono già iniziati i lavori per installare in Polonia una batteria missilistica terrestre del sistema statunitense Aegis, analoga a quella già in funzione in Romania, che può lanciare sia missili intercettori che missili da attacco nucleare.
In attesa del summit Nato di Varsavia (8-9 luglio), che ufficializzerà l’escalation anti-Russia, il Pentagono si prepara a dislocare in Europa una brigata da combattimento di 5 mila uomini che roterà tra Polonia e paesi baltici.
Si intensificano allo stesso tempo le esercitazioni Usa/Nato dirette contro la Russia: il 5 giugno, due giorni prima dell’Anakonda 16, è iniziata nel Mar Baltico la Baltops 16, con 6100 militari, 45 navi e 60 aerei da guerra di 17 paesi (Italia compresa) sotto comando Usa. Vi partecipano anche bombardieri strategici Usa B-52. A circa 100 miglia dal territorio russo di Kaliningrad.
Una ulteriore escalation della strategia della tensione, che spinge l’Europa a un confronto non meno pericoloso di quello della guerra fredda. Sotto la cappa del silenzio politico-mediatico delle «grandi democrazie» occidentali.

Fonte: Il manifesto, 7 giugno 2016

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Lucca contro la Guerra organizza un incontro con MANLIO DINUCCI venerdi 27 maggio — ore 17,30 Circolo ARCI — S.. Alessio a seguire ore 20 : Cena Sociale ore 22: Spettacolo canzoni, poesie,letture presentate da Franco & Lele aderiscono: Società di Mutuo Soccorso “Giuseppe Garibaldi”, PCdI Lucca, PRC Lucca, Proposta101(P101), Sinstra Italiana Lucca, Torpedo Lucca

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ALLARME NUCLEARE: L’ARABIA SAUDITA HA LA BOMBA E NOI FORNIAMO I BOMBARDIERI

di Manlio Dinucci

‘Noi abbiamo bombe nucleari’: lo ha dichiarato il 19 febbraio a Russia Today l’analista politico saudita Daham al-Anzi, di fatto portavoce di Riyadh, ripetendolo su un altro canale arabo (vedi intervista su Pandora Tv).

L’Arabia Saudita aveva già dichiarato (The Independent, 30 marzo 2015) l’intenzione di acquistare armi nucleari dal Pakistan (che non aderisce al Trattato di non-proliferazione), di cui finanzia il 60% del programma nucleare militare. Ora, tramite al-Anzi, fa sapere che ha cominciato ad acquistarle due anni fa.

Naturalmente, secondo Riyadh, per fronteggiare la ‘minaccia iraniana’ in Yemen, Iraq e Siria, dove ‘la Russia aiuta Assad’. Ossia, dove la Russia aiuta il governo siriano a liberare il paese dall’Isis e altre formazioni terroriste, finanziate e armate dall’Arabia Saudita nel quadro della strategia Usa/Nato.

Riyadh possiede oltre 250 cacciabombardieri a duplice capacità convenzionale e nucleare, forniti dagli Usa e dalle potenze europee. Dal 2012 l’Arabia Saudita fa parte della ‘Nato Eurofighter and Tornado Management Agency’, l’agenzia Nato che gestisce i caccia europei Eurofighter e Tornado, dei quali Riyadh ha acquistato dalla Gran Bretagna un numero doppio rispetto a quello dell’intera Royal Air Force.

Nello stesso quadro rientra l’imminente maxi-contrattto da 8 miliardi di euro ‘ merito della ministra Pinotti, efficiente piazzista di armi ‘ per la fornitura al Kuwait (alleato dell’Arabia Saudita) di 28 caccia Eurofighter Typhoon, costruiti dal consorzio di cui fa parte Finmeccanica insieme a industrie di Gran Bretagna, Germania e Spagna.

La più grande commessa mai ottenuta da Finmeccanica, nelle cui casse entrerà la metà degli 8 miliardi. Garantita con un finanziamento di 4 miliardi da un pool di banche, tra cui UniCredit e Intesa Sanpaolo, e dalla Sace del gruppo Cassa depositi e prestiti. Si accelera così la riconversione armata di Finmeccanica, con risultati esaltanti per chi si arricchisce con la guerra: nel 2015 il titolo Finmeccanica ha registrato in borsa una crescita di valore del 67%.

In barba al ‘Trattato sul commercio di armamenti’, ratificato dal Parlamento nel 2013, in cui si stabilisce che ‘nessuno Stato Parte autorizzerà il trasferimento di armi qualora sia a conoscenza che le armi possano essere utilizzate per attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili, o per altri crimini di guerra’.

Alla denuncia che bombe fornite dall’Italia vengono usate dalle forze aeree saudite e kuwaitiane facendo strage di civili nello Yemen, la ministra Pinotti risponde: ‘Non facciamo diventare gli Stati che sono nostri alleati nella battaglia contro l’Isis, i nemici, sarebbe un errore molto grave’.

Sarebbe soprattutto un ‘errore’ far sapere chi sono i ‘nostri alleati’ sauditi e kuwaitiani: monarchie assolute dove il potere ‘ concentrato nelle mani del sovrano e della sua cerchia familiare, dove partiti e sindacati sono proibiti; dove i lavoratori immigrati (10 milioni in Arabia Saudita, circa la metà della forza lavoro; 2 milioni su 2,9 milioni di abitanti in Kuwait) vivono in condizioni di supersfruttamento e schiavitù, dove chi rivendica i più elementari diritti umani viene impiccato o decapitato.

In queste mani l’Italia ‘democratica’ mette cacciabombardieri capaci di trasportare bombe nucleari, sapendo che l’Arabia Saudita già le possiede e che possono essere usate anche dal Kuwait.

Alla ‘Conferenza di diritto internazionale umanitario’, la ministra Pinotti, dopo aver sottolineato l’importanza di ‘rispettare le norme del diritto internazionale’, ha concluso che ‘l’Italia, è paese enormemente credibile e rispettato’.

(il manifesto, 23 febbraio 2016)

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La battaglia per Aleppo e le menzogne dei giornalisti di regime

di Vincenzo Brandi

Desta veramente scandalo ed indignazione il cumulo di menzogne spudorate con cui i giornalisti dei principali canali TV e dei maggiori quotidiani descrivono le operazioni militari in Siria che potrebbero segnare una svolta nel corso della guerra che insanguina il paese da quasi 5 anni. L’apice dello scandalo è raggiunto nella descrizione, del tutto capovolta rispetto alla realtà, della battaglia per Aleppo, che potrebbe rivelarsi decisiva per le sorti della guerra.

La grande città industriale, posta nel Nord della Siria, è stata sempre la capitale economica del paese. Nel 2012 la città fu attaccata da bande jihadiste di diversa tendenza, in buona parte costituite da jihadisti e mercenari stranieri, che riuscirono a circondarla quasi completamente, ad occupare alcuni quartieri periferici comprendenti varie industrie e le centrali elettrica ed idrica, e ad infiltrarsi anche in alcuni quartieri centrali.

Gli abitanti non collaborarono minimamente all’attacco, ma ne subirono tutte le conseguenze. Infatti le industrie furono tutte smantellate dai jihadisti, continuamente riforniti dalla vicina Turchia con armi e rinforzi. Le attrezzature industriali furono tutte rivendute nella stessa Turchia, ovviamente con la complicità delle autorità turche.

Poiché però la città continuava a resistere, grazie anche ad un’incerta via di rifornimento posta a Sud-Est del centro e tenuta aperta dall’esercito, i jihadisti, cui nel frattempo si erano aggiunti anche i miliziani dello Stato Islamico (o Daesh) provenienti dall’Est, da Raqqa, tagliarono l’acqua e l’energia elettrica agli assediati, bombardando nel contempo i quartieri centrali con razzi e mortai e tormentando gli assediati con sanguinosi attentati condotti con autobombe ed altri mezzi (il più grave e micidiale fu condotto contro l’Università con la morte di decine di studenti). Su tutto questo vi sono, tra le altre, le continue testimonianze dei vescovi delle comunità cristiane cittadine, che riferiscono anche di aver fatto scavare pozzi nei recinti delle chiese per alleviare le sofferenze della popolazione assetata, testimonianze che i giornalisti non potevano ignorare, anche se non avessero voluto prestare fede alle dettagliate notizie fornite dall’agenzia siriana SANA, o dalle fonti russe (Sputnik-edizione italiana) e libanesi (Al Manar).

La controffensiva dell’esercito siriano, scattata negli ultimi mesi del 2015 con l’appoggio dell’aviazione russa, è diretta innanzitutto a “liberare” la città dall’assedio. L’esercito è quindi avanzato “dal centro della città verso la periferia e le località vicine” per allontanare gli assedianti. Verso Nord-Est è stata “liberata” la grande base militare di Kuweiri, posta a circa 25 kilometri e assediata da oltre tre anni, respingendo i miliziani di Daesh verso l’Eufrate. Verso Nord-Ovest sono state “liberate” due cittadine distanti circa 40 Kilometri, assediate anch’esse dal 2012 dai jihadisti  di Al Nusra (ramo siriano di Al Qaeda) e dai loro alleati di Ahrar Al Sham e dell’Esercito Libero Siriano . L’agenzia SANA ha mostrato le folle festanti che accolgono l’esercito “liberatore”. Anche verso Sud-Ovest l’esercito avanza per riaprire le strade verso le province di Homs ed Hama e permettere un maggior afflusso di rifornimenti essenziali alla popolazione.

Ebbene, le parole usate dai nostri giornalisti di regime dicono vergognosamente l’esatto opposto della realtà. Secondo loro (e secondo le veline che ricevono) sarebbe l’esercito nazionale che “avanza verso Aleppo” per “riconquistarla”, come se la città fosse in mano ai rivoltosi e ai mercenari stranieri, e non invece assediata da oltre tre anni dai jihadisti. Da Aleppo gli abitanti fuggirebbero verso la Turchia, terrorizzati dai bombardamenti russi.

In realtà all’interno del perimetro cittadino non si combatte più. I gruppi jihadisti e mercenari che si erano infiltrati in città sono accerchiati ed hanno solo la prospettiva di arrendersi o raggiungere un accordo con il governo simile a quello raggiunto dai jihadisti che erano accerchiati in un quartiere isolato di Homs e furono accompagnati alla frontiera turca con degli autobus forniti dal governo.

Il fronte si trova ormai molto a Nord della città a soli 20 Kilometri dalla frontiera turca (notizia del 7 febbraio). L’esercito nazionale vuole raggiungere la città frontaliera di Azaz per bloccare i continui rifornimenti di armi e mercenari stranieri che la Turchia fa affluire. Anche in altre zone della Siria, come nell’estremo Sud nella provincia di Deraa, l’esercito respinge  i Jihadisti verso la Giordania (che prudentemente sta cambiando il suo atteggiamento ostile verso il governo siriano), mentre anche il tratto di frontiera con la Turchia nel Nord della provincia di Latakia (dove venne proditoriamente abbattuto da un missile  turco un aereo russo)  è ormai sotto il controllo dell’esercito che blocca le infiltrazioni dei mercenari.

Di fronte a questa svolta nella guerra i nostri giornalisti, che per anni hanno ignorato la fame e la sete dei civili intrappolati ad Aleppo e taciuto sulle loro condizioni drammatiche per cui molti hanno abbandonato la città e sono finiti profughi, ora si stracciano le vesti parlando dei civili che fuggono dalle zone dei combattimenti. Facendo eco alla propaganda ed alle richieste dei due avventurieri criminali, il presidente turco Erdogan ed il suo primo ministro Davutoglu, tra i principali responsabili del massacro siriano insieme ai Sauditi e agli USA, chiedono la fine dei “bombardamenti russi”. Ma questo fervore pseudo-umanitario nasce solo dal fatto che i mercenari al servizio del neo-colonialismo e dell’imperialismo occidentale e delle monarchie oscurantiste del Golfo stanno perdendo la guerra e che la Siria, con l’aiuto della Russia, dell’Iran e degli Hezbollah libanesi, si dimostra un osso più duro del previsto. Quando i popoli resistono è vero che “l’imperialismo è una tigre di carta”.

 

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COMUNICATO DEL COMITATO NO GUERRA NO NATO SULLA SITUAZIONE ATTUALE



Siamo in stato di guerra, impegnati su due fronti che di giorno in giorno divengono sempre più incandescenti e pericolosi.

Accusando la Russia di «destabilizzare l’ordine della sicurezza europea», la Nato sotto comando Usa ha riaperto il fronte orientale, trascinandoci in una nuova guerra fredda, per certi versi più pericolosa della precedente, voluta soprattutto da Washington per spezzare i rapporti Russia-Ue dannosi per gli interessi statunitensi.

Mentre gli Usa quadruplicano i finanziamenti per accrescere le loro forze militari in Europa, viene deciso di rafforzare la presenza militare «avanzata» della Nato nell’Europa orientale. La Nato – dopo aver inglobato tutti i paesi dell’ex Patto di Varsavia, tre della ex Jugoslavia e tre della ex Urss – prosegue la sua espansione a Est, preparando l’ingresso di Georgia e Ucraina (questa di fatto già nella Nato), spostando basi e forze, anche nucleari, sempre più a ridosso della Russia.

Tale strategia rappresenta anche una crescente minaccia per la democrazia in Europa. L’Ucraina, dove le formazioni  neonaziste sono state usate dalla Nato nel putsch di piazza Maidan, è divenuta il centro di reclutamento di neonazisti da tutta Europa, i quali, una volta addestrati da istruttori Usa della 173a divisione aviotrasportata trasferiti qui da Vicenza, vengono fatti rientrare nei loro paesi con il «lasciapassare» del passaporto ucraino. Si creano in tal modo le basi di una organizzazione paramilitare segreta tipo «Gladio».

Usa e Nato preparano altre operazioni sul fronte meridionale, strettamente connesso a quello orientale. Dopo aver finto per anni di combattere l’Isis e altri gruppi, rifornendoli segretamente di armi attraverso la Turchia, gli Usa e alleati chiedono ora un cessate il fuoco per «ragioni umanitarie». Ciò perché le forze governative siriane, sostenute dalla Russia, stanno liberando crescenti parti del territorio occupate da Isis e altre formazioni, che arretrano anche in Iraq.

Allo stesso tempo la Nato rafforza il sostegno militare alla Turchia, che con l’Arabia Saudita mira a occupare una fascia di territorio siriano nella zona di confine. A tale scopo la Nato, con la motivazione ufficiale di controllare il flusso di profughi (frutto delle guerre Usa/Nato), dispiega nell’Egeo le navi da guerra del Secondo gruppo navale permanente, che ha appena concluso una serie di operazioni con la marina turca. Per lo stesso scopo, vengono inviati anche aerei radar Awacs, centri di comando volanti per la gestione del campo di battaglia.

Nello stesso quadro strategico rientra l’operazione, formalmente «a guida italiana», che la coalizione a guida Usa si prepara a lanciare in Libia,  per occupare le zone costiere economicamente e strategicamente più importanti, con la motivazione ufficiale di liberarle dai terroristi dell’Isis. Si prepara così un’altra guerra Usa/Nato, dopo Iraq 1991, Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011, Siria dal 2013, accompagnate dalla formazione dell’Isis e altri gruppi terroristi funzionali alla stessa strategia.

Tale operazione è stata concordata dagli Stati uniti non con l’Unione europea, inesistente su questo piano come soggetto unitario, ma singolarmente con le maggiori potenze europee, soprattutto Francia, Gran Bretagna e Germania. Potenze che, in concorrenza tra loro e con gli Usa, si uniscono quando entrano in gioco gli interessi fondamentali.

Oggi 22 dei 28 paesi della Ue, con oltre il 90% della popolazione dell’Unione, fanno parte della Nato, riconosciuta dalla Ue quale «fondamento della difesa collettiva». Sempre sotto comando Usa: il Comandante supremo alleato in Europa è nominato dal Presidente degli Stati uniti e sono in mano agli Usa tutti gli altri comandi chiave della Nato.

Va  ricordato a tale proposito l’orientamento strategico enunciato da Washington al momento dello scioglimento del Patto di Varsavia e della disgregazione dell’Urss: «Gli Stati uniti rimangono il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali. Non esiste alcun sostituto alla leadership americana. Fondamentale è preservare la Nato quale canale della influenza e partecipazione statunitensi negli affari europei, impedendo la creazione di dispositivi unicamente europei che minerebbero la struttura di comando dell’Alleanza».

Non si può pensare di costruire una Europa diversa, senza liberarci dal dominio e dall’influenza che gli Usa esercitano sull’Europa direttamente e tramite la Nato.

Anche perché l’avanzata Usa/Nato ad Est e a Sud già coinvolge la regione Asia/Pacifico, mirando alla Cina, riavvinatasi alla Russia. È il tentativo estremo degli Stati uniti e delle altre potenze occidentali di mantenere la supremazia economica, politica e militare, in un mondo nel quale l’1% più ricco della popolazione possiede oltre la metà della ricchezza globale, ma nel quale emergono nuovi soggetti sociali e statuali che premono per un nuovo ordine economico mondiale.

Questa strategia aggressiva ha provocato un forte aumento della spesa militare mondiale, trainata da quella Usa, che è risalita in termini reali ai livelli della guerra fredda: circa 5 miliardi di dollari al giorno. La spesa militare italiana, al 12° posto mondiale, ammonta a circa 85 milioni al giorno. Un enorme spreco di risorse, sottratte ai bisogni vitali dell’umanità.

In tale quadro, particolarmente grave è la posizione dell’Italia che, imprigionata nella rete di basi Usa e di basi Nato sempre sotto comando Usa, è stata trasformata in ponte di lancio delle guerre Usa/Nato sui fronti orientale e meridionale. Per di più, violando il Trattato di non-proliferazione, l’Italia viene usata come base avanzata delle forze nucleari statunitensi in Europa, che stanno per essere potenziate con lo schieramento delle bombe B61-12 per il first strike nucleare.

Per uscire da questa spirale di guerra dagli esiti catastrofici, è fondamentale costruire un vasto e forte movimento per l’uscita dell’Italia dalla Nato, per un’Italia libera dalla presenza delle basi militari statunitensi e di ogni altra base straniera, per un’Italia sovrana e neutrale, per una politica estera basata sull’Articolo 11 della Costituzione, per una nuova Europa indipendente che contribuisca a relazioni internazionali improntate alla pace, al rispetto reciproco, alla giustizia economica e sociale.

Roma, 20 febbraio 2016

Vedi  Campagna per l’uscita  dell’Italia  dalla NATO per un’Italia neutrale
https://www.change.org/p/la-pace-ha-bisogno-di-te-sostieni-la-campagna-per-l-uscita-dell-italia-dalla-nato-per-un-italia-neutrale

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L’aereo F35? Un bidone totale. Parola di esperto

Ecco cosa dovete sapere sul peggior affare del secolo. Il progettista Sprey spiega in dettaglio perché l’F-35, un pozzo senza fondo, è destinato a fallire tecnologicamente.

31 gennaio 2016

Testo dell’intervista a Pierre Sprey:

D.: Lei ha definito l’F-35 “un bidone”.

R.: Assolutamente. E’ un bidone. E’ essenzialmente un pessimo aereo, perchè è un aereo costruito sulla base di un’idea stupida. Nel momento stesso in cui provi a progettare un aereo multi-missione hai già fallito. Nel momento in cui cerchi di costruire un aereo che faccia supporto ravvicinato, combattimenti aria-aria, bombardamenti di interdizione profonda, e che voglia compiere una lista quasi illimitata di compiti tecnologici, hai già fallito. Non otterrai mai un buon aereo, otterrai un catafalco tecnologico che porterà a un fallimento dietro l’altro. [...]

Per fare un esempio: i Marines ultimamente hanno sviluppato una passione insensata per gli aerei a decollo verticale, fin da quando hanno avuto gli Harrier inglesi. Questo rende l’aereo molto tozzo, perchè c’è bisogno di una ventola centrale che spinga l’aria verticalmente, per farlo decollare e atterrare in verticale. Ora che hai una sezione centrale così grossa, ti ritrovi con troppa resistenza aerodinamica. Hanno messo delle ali molto piccole, che aiutano il decollo verticale, ma che ti impediscono di manovrare in combattimento. Le ali servono a creare il supporto per poter virare. Niente ali, niente virate, e quindi l’aereo è immensamente difficile da manovrare, perchè deve reggere 400 Kg. di peso per ogni metro quadrato di ala.

D.: Quindi nel duello aereo …

R.: Nel duello aereo non ha speranze. Può star sicura che un MIG-21 progettato negli anni ’50, oppure un Mirage francese farebbero fuori in modo impietoso un F-35.

D.: Se l’F-35 non è un buon aereo da combattimento può servire da supporto aereo per le truppe?

R.: Questo è l’aspetto più ridicolo di tutti, perchè per supportare le truppe devi poterti avvicinare molto, devi poter manovrare per riuscire a scoprire dei bersagli che sono molto ben cammuffati. Devi poter virare a velocità molto basse. Devi portare una grossa mitragliatrice, come ad esempio l’A-10, e devi poter rimanere nella vicinanza delle truppe per 4-6 ore. Devi poter gironzolare nella zona, in modo da dargli veramente una copertura per tutta la giornata, per quando ne hanno bisogno. Questo è disperatamente impossibile con l’F-35.

D.: Perchè?

R.: L’F-35 consuma decisamente troppo carburante, ti va bene se riesce a restare nella zona per un’ora, un’ora e mezza al massimo. La sua manovrabilità è ridicola, non è possibile scendere “fra i fili d’erba”, come dicono i piloti, con questo aereo, e virare in tempo per vedere un carro armato. Tenga presente che un carro armato non è visibile da un quarto di miglio, o anche meno. Questo aereo, alla velocità a cui deve viaggiare, a causa delle ali molto piccole, si ricordi che non può manovrare, quindi non può volare lentamente nè dovrebbe farlo, in combattimento, perchè è così vulnerabile.

D.: Ma allora a cosa serve?

R.: Non serve a niente. E’ un bidone.

D.: E come bombardiere?

R.: E’ un pessimo bombardiere, pessimo. Inoltre, essendo uno stealth, è progettato per portare le bombe al suo interno.

D.: Mi parli dell’aspetto stealth, quanto veramente “invisibile” è l’F-35?

R.: Prima di tutto bisogna sapere che la tecnologia stealth è una fregatura, semplicemente non funziona. I radar costruiti nel 1942 potrebbero rilevare qualunque aereo stealth esistente oggi al mondo. I radar della “Battaglia di Inghilterra”, non perchè avessero niente di speciale, ma perchè funzionavano sulle onde molto lunghe. Qualunque radar della “Battaglia di Inghilterra” sarebbe in grado di vedere l’F-35, l’F-22 e anche il [bombardiere] B-2.

D.: Quindi lei mi dice che è un pessimo aereo, non è in grado di combattere altri aerei, non può proteggere le truppe a terra, è un pessimo bombardiere, e che nonostante quello che dice il costruttore, non è “invisibile”.

R.: Esatto, assolutamente esatto.

D.: Quindi a cosa serve questo aereo?

R.: Serve a far spendere soldi. Questo è il compito dell’aereo. Serve a fare in modo che il parlamento USA mandi dei soldi alla Lockheed. Questo è il vero compito di quell’aereo.

Traduzione e sottotitoli di luogocomune.net

L’intervista completa da cui è tratta questa sintesi.

Fonti:
1) http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=4512.
2) http://www.pandoratv.it/?p=442.
3) http://www.libreidee.org/2016/01/progettista-lf-35-e-un-bidone-lo-abbatte-anche-un-mig-21/

 

La disquisizione tecnica (che sottointende spreco)  è solo un’ulteriore aggravante del fatto che si impegnano enormi risorse per una spaventosa macchina da guerra invece che per qualcosa di veramente utile alla collettività (asili, scuole, sanità ecc.).

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Gli ufficiali USA rispettano i successi russi in Siria

Seymour Hersh:

21 gennaio 2016

In un’intervista ai media tedeschi, il celebre giornalista investigativo ha affermato che l’ex-presidente del Joint Chiefs, Generale Martin Dempsey, ha sollecitato il sostegno ad Assad contro lo SIIL

Seymour Hersh, uno dei più noti giornalisti investigativi degli Stati Uniti riferisce che i militari riconoscono i successi militari della Russia in Siria. Gli Stati Uniti hanno rovesciato regimi laici creando un vuoto subito riempito di terroristi islamisti. (Segue estratto intervista del Notiziario economico tedesco a Seymour Hersh)

Deutsche Wirtschafts Nachrichten: Assad ha mai tentato di costruire buone relazioni con gli Stati Uniti?
Seymour Hersh: Sì, naturalmente, innegabilmente l’ha fatto. Ci ha fornito tutte le informazioni dei servizi segreti sui terroristi islamici. I servizi segreti siriani sono tra i migliori al mondo. Hanno fornito agli Stati Uniti dati su Muhamad Atta e la cellula terroristica di Amburgo (Muhamad Atta era membro del presunto gruppo di terroristi che il 9/11 avrebbe schiantato gli aviogetti sulle torri del WTC). Ma l’errore più grave degli Stati Uniti fu non riconoscere che Siria e Iraq erano regimi laici composti da sunniti moderati. Invasero questi Paesi, rovesciandone i governi, aiutando coloro che ora sono i nostri nemici più feroci, lo SIIL (o Daash) e tutti gli altri gruppi terroristi sunniti radicali.

DWN: Perché Obama non comprende questa situazione?
Seymour Hersh: Non ho alcun indizio. E’ davvero strano, bisogna ammettere che Obama è uno dei presidenti più intelligenti che questo Paese abbia mai visto.  Ma in termini di politica estera Obama ha solo continuato la politica di Bush dal primo giorno.

DWN: Solo di recente hai scritto, nei saggi assai ignorati sul London Review of Books, che gli ufficiali statunitensi si sono opposti alla distruzione programmata della Siria. Ma Obama ne ha ignorato i consigli. Qual è stato il motivo?
Seymour Hersh: Ad essere onesto, non ne ho idea. Fatto sta che il presidente del Joint Chiefs of Staff (CJCS) è andato da Obama e gli ha detto: se Assad viene rovesciato avremo il caos. Il Generale Dempsey sosteneva che dovevamo prendere misure per stabilizzare e sostenere Assad. Il Servizio informazioni tedesco (BND) ci ha fornito dati che dimostrano che Assad ha l’ampio sostegno della popolazione siriana. Non riesco a leggere i pensieri di Obama, ma era chiaro fin dall’inizio che non c’era alcun cosiddetta “opposizione moderata”. Vediamo gli islamisti considerati dei psicopatici dalla popolazione siriana. Masse di siriani sono fuggite a Damasco per cercare riparo e protezione nell’esercito siriano. Quando Homs fu riconquistata e quindi liberata dalla morsa dei terroristi, i giovani mi dissero “Grazie al cielo, i pazzi se ne sono andati!” Quando iniziò la guerra, frazioni del cosiddetto “esercito libero siriano” si unirono allo SIIL perché ebbero l’impressione che sarebbe diventato la forza dominante. Ma dopo un anno disertarono di nuovo. Allo stesso tempo consegnavamo armi ai cosiddetti “moderati”, e che cosa ne hanno fatto? Le hanno solo abbandonate perché non erano più organizzati militarmente, o semplicemente le vendettero allo SIIL. E in questo modo le nostre armi arrivarono al nemico. Il nostro governo fu avvertito che il rovesciamento di Assad sarebbe stato totalmente folle, seguito da un regime islamista. L’esercito degli USA ammonì Obama contro il presidente turco Erdogan. Sono davvero stupito e mi chiedo come la politica della Casa Bianca possa mostrare tale grado d’incoerenza.

DWN: Sarebbe opportuno affermare che la Russia conduce questa guerra con successo?
Seymour Hersh: non ero testimone oculare e quindi non posso riferire di prima mano. Ma è certo che ho molti contatti nelle forze armate e nei servizi segreti degli Stati Uniti. Ogni suggerimento che ho ricevuto dall’intelligence USA dà l’impressione che i russi operino molto bene. Questo è riconosciuto anche dagli ufficiali degli Stati Uniti.   L’approccio di Putin è stato intelligente. Prima ha riaddestrato e rimesso in sesto l’esercito siriano. La Siria ha sempre avuto un buon esercito e ora è di nuovo potente. Poi la Russia ha convinto Hezbollah ad aderire: Hezbollah ha addestrato l’esercito siriano e gli ha mostrato come condurre le operazioni speciali.

DWN: Quali sono le prospettive in Siria?
Seymour Hersh: Ad essere onesto, non credo che i colloqui di pace di Ginevra avranno alcun effetto positivo. Bashar al-Assad non ha la minima ragione di affidarsi a questo tipo di trattative. Si deve tenere presente che Assad gode di elevata fedeltà nell’esercito siriano. Ha continuamente costruito questa lealtà avuta dal padre negli anni ’90. Cosa c’è da negoziare? E i russi perseguono i loro obiettivi perché hanno bisogno di stabilità presso Lataqia. Hanno combattuto per questa stabilità e non cederanno questa roccaforte. La Siria ha subito perdite militari estremamente elevate durante tale guerra, così come vittime civili. Sarà importante per la Siria e la Russia chiudere il corridoio verso la Turchia. La Turchia ha fornito tutte le armi e i mercenari che potevano fluire senza ostacoli attraverso il confine. A mio parere, Erdogan sarà il grande perdente in questo gioco.

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Seymour Hersh è uno dei giornalisti più illustri degli Stati Uniti, ed ha lavorato per CBS, Associated Press, “New Yorker” e attualmente scrive per il “London Review of Books“. Svelò il Massacro di Mylai, un crimine di guerra commesso dall’esercito statunitense durante la guerra del Vietnam nel 1969. Nel 2004 scoprì lo scandalo di Abu-Ghraib, dove l’esercito statunitense torturava i prigionieri durante la terza guerra del Golfo. Durante la guerra siriana ha rivelato che l’assalto col gas tossico Sarin nel Ghuta non fu effettuato dal governo siriano, ma da servizi segreti e islamisti. Molti nei media mainstream attaccano Hersh per non svelare le sue relazioni. Hersh, ben noto per la chiarezza, ha accusato i media mainstream solo di ripetere a pappagallo la propaganda del governo degli Stati Uniti.

fonte DWNRussia Insider

 

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In guerra con la Russia


di  ilsimplicissimus
Siamo o non siamo in guerra? La domanda corre su quel terreno fangoso e ipocrita dove la risposta è no quando si accenna alla Costituzione ed è invece sì quando si tratta di obbedire al padrone, alimentare l’industria bellica o militarizzare le città giusto per concretizzare l’esistenza del pericolo. Ma c’è un’altra domanda che in realtà rimane ben nascosta ed è: con chi siamo in guerra? Bene, all’insaputa della maggioranza degli italiani e presumibilmente contro il loro parere, se solo lo si facesse trapelare è che non siamo in guerra con quel coacervo di gruppi jahdisti creati per far fuori Assad e poi confluiti nell’Isis, ma con la Russia.
La vicenda siriana prende le mosse dalla decisione di deporre Assad  dopo che il leader siriano, prima nel 2009 e poi nel 2010 si oppose all’idea di far passare attraverso la Siria il gasdotto Nabucco che avrebbe portato il gas del Qatar ( e in aggiunta qualcosa anche da Israele) in Europa. Era la mossa strategica escogitata dagli Usa per isolare la Russia e renderne più facile l’accerchiamento mentre veniva alacremente preparata l’avventura ucraina. Pochi mesi dopo l’ultimo diniego di Assad, nel marzo del 2011 scoppiò la cosiddetta guerra civile con l’arrivo di tremila terroristi importati grazie ai buoni uffici di Francia e Gran Bretagna. In un primo momento le rivolte sincronizzate di Siria e Libia dovevano avere come sbocco un intervento diretto dei Paesi Nato, ma poi gli Usa bloccarono l’azione contro Damasco, forse perché troppo scoperta, mediaticamente più difficile da sostenere, forse perché si trovarono di fronte a un ultimatum di Mosca o forse perché si aspettavano un ravvedimento del leader siriano. Assad invece, rivendicando la propria autonomia, firmerà nel luglio dello stesso anno un accordo per un gasdotto che invece avrebbe portato al mediterraneo il gas iraniano. Così il massacro è continuato vedendo come protagonisti  i finanziatori occulti e  i fiancheggiatori segreti prima del terrorismo anti Assad e poi dell’Isis proprio i Paesi che sarebbero stati attraversati dal Nabucco, Qatar, Arabia Saudita, Irak e Turchia, oltre ovviamente al suggeritore supremo, ovvero la Nato.
Tutto questo potrebbe sembrare fantasioso o esagerato se non si tiene conto dei fattori chiave: soltanto tre Paesi al mondo dispongono di gas sufficiente per soddisfare a lungo termine le richieste dell’Europa e sono nell’ordine Russia, Iran e Qatar, ma quest’ultimo è l’unico sotto diretto controllo degli Usa, mentre gli altri due non appartengono per nulla all’impero americano, anzi ne sono i contraltari. E’ ovvio che un’Europa dipendente sostanzialmente dalla Russia per gran parte delle sue forniture energetiche non sarà mai quella che Washington vuole, pronta a immolarsi per creare una cortina di ferro attorno a Mosca e per farsi risucchiare completamente dallo zio Sam. Per questo il gas del Qatar era così importante visto che gli Usa con tutto lo shale in testa non potranno mai proporsi come sostituti visti i costi proibitivi dell’estrazione, del trasporto, delle infrastrutture necessarie alla sua distribuzione. E’ una strategia talmente evidente che quando a fine estate si è formato un pool di aziende tedesche per la costruzione e la gestione del North Stream 2 per portare gas dalla Russia senza nemmeno sfiorare l’Ucraina, è scoppiato il caso Volkswagen, una delle vicende più esemplari dei modi con cui gli Usa gestiscono il loro rapporto egemonico sull’Europa (vedi nota).
Dunque il caos mediorientale  – la distruzione sistematica degli stati precedenti,  Iraq e Siria in primo luogo, per far posto a nuovi territori territori satelliti, sunnistan, kurdistan,  scitistan fa parte di una strategia energetica tesa non soltanto al generico controllo delle risorse, ma anche se non soprattutto all’isolamento russo e alla tenuta dell’Europa – vitale per il potere di Washington – in stato di cattività.  Non è che gli stati attuali, non siano stati a loro volta frutto artificiale di una spartizione fra potenze coloniali, ma dopo quasi un secolo di vita avevano comunque acquistato una loro realtà e una loro autonomia, come dimostra la Siria. Perciò ora si sbaracca tutto per dar vita a nuove colonie interamente dipendenti dall’occidente.
Quando noi mandiamo uomini e mezzi in medioriente per partecipare a questo disegno di frantumazione, facendo finta che si tratti di una guerra al terrorismo e all’Isis, dovremmo sapere che in realtà stiamo partecipando a una campagna contro la Russia. Lo dovremmo sapere se non altro per valutare le conseguenze funeste che ci attendono se il conflitto dovesse scoppiare in via diretta e non per interposta Siria e Ucraina.
Nota Che la vicenda Volkswagen sia strumentale lo dimostra il fatto che il test (peraltro artigianale) fatto da una sconosciuta organizzazione “indipendente” americana, risaliva a un anno prima rispetto al momento in cui è esploso lo scandalo ed era già stato pubblicato senza che avesse alcuna eco.  Il fatto che il test sia stato condotto solo su vetture tedesche importate in Usa e che non siano stati condotti né prima né dopo la scoperta dei trucchi diVW analoghi controlli su auto di altre marche e men che meno su quelle autoctone degli States, rende ancora più chiara la cattiva coscienza del tutto. Non che Volkswagen abbia la coscienza pulita  sulle emissioni, ma trucchi e inganni sono comuni a tutti costruttori veicoli come successivamente ha ammesso la stessa organizzazione “indipendente”. Ma le multinazionali possono imporre la loro verità e questa salta fuori solo quando può essere usata per altri scopi.

 

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